Parte 1. L’infanzia nel bosco
Perceval cresce in totale isolamento in una foresta remota del Galles mitico.
Il “Galles” del Perceval non è il Galles reale, bensì un territorio liminale, sospeso tra storia e mito. Funziona come matrice iniziatica, un luogo dove il protagonista nasce, ma da cui deve uscire per diventare ciò che è destinato a essere.
Nel Medioevo francese, il Galles è percepito come remoto, selvaggio, arcaico, vicino al mondo delle fate e degli spiriti e lontano dalla corte e dalla civiltà.
Costituisce il luogo perfetto per un eroe che nasce “fuori dal mondo”.
Si tratta della Foresta Primordiale, equivalente al bosco di Sigfrido, alla Selva di Dante: il luogo dove l’eroe è puro, ma incompleto.
Nel ciclo arturiano, inoltre, il Galles è spesso associato a stirpi antiche, lignaggi misteriosi, eredità eroiche e sangue nobile nascosto. Infatti Perceval non sa di appartenere ad una famiglia legata al Graal e il Galles assume il valore di luogo del segreto genealogico: un luogo che custodisce ciò che Perceval è, ma che lui non conosce.
Nella tradizione celtica il Galles è la porta verso l’Altromondo (Annwn), la terra di confine tra vivi e spiriti, il luogo di apparizioni e processioni magiche, la patria di re feriti, sovrani misteriosi, e cavalieri incantati. Non si tratta di un caso che Perceval, nato in questo spazio liminale, sia l’unico destinato a vedere il Graal, proprio perché proveniendo da una terra che è il confine tra visibile e invisibile, egli è “figlio del confine”.
In un contesto in cui la corte di Artù rappresenta civiltà, ordine, gerarchia, linguaggio, ritualità, il Galles rappresenta l’opposto: natura, istinto, silenzio, assenza di regole, pre-cultura.
Perceval deve uscire dal Galles per diventare cavaliere, ma deve ritornare simbolicamente alle sue radici per comprendere il Graal. Il Galles è, quindi, il punto zero dell’eroe: prima della parola, prima della legge, prima della cavalleria.
Perceval cresce nel bosco gallese come in un utero simbolico, in isolamento, protezione, sospensione dal tempo e rifiuto del mondo maschile (la cavalleria)
Il Galles è quindi un luogo uterino, da cui Perceval deve “nascere” uscendo verso la corte, il grembo, la partenza dal quale costituisce una nascita iniziatica.
Nella tradizione arturiana, molti eroi gallesi sono impulsivi, selvatici, dotati di forza naturale ma privi di educazione cortese.
Peredur (Peredur fab Efrawg), la versione gallese di Perceval contenuta nei Mabinogion, è l’archetipo assoluto dell’eroe gallese: cresce isolato nel bosco, è tanto ingenuo da essere quasi selvatico, non conosce le regole della cavalleria, commette errori gravi per ignoranza ed è destinato a un ruolo sacro. Chrétien prende Perceval direttamente da Peredur, ma lo rielabora in chiave cortese.
Owain (Yvain), figlio di Urien, è un eroe gallese che Chrétien stesso trasforma nel protagonista di Yvain ou le Chevalier au Lion. Nella tradizione gallese è impulsivo, agisce prima di pensare, ma è capace di imprese straordinarie, pur cadendo spesso per mancanza di misura. Vive tra mondo umano e mondo fatato, ulteriore esempio di forza naturale senza disciplina.
Geraint (o Gereint), il protagonista gallese del racconto Geraint and Enid, è geloso, irrazionale, emotivo. Ama profondamente, ma non sa controllarsi e mette a rischio se stesso e la sua compagna. Impara la cavalleria attraverso l’errore, trattandosi di un eroe “difettoso”, che deve essere educato.
Pwyll, principe di Dyfed, è una figura centrale dei Mabinogion. Si tratta di un eroe nobile ma ingenuo, che sbaglia per mancanza di attenzione ed entra nell’Altromondo senza comprenderlo. Costituisce l’esempio di chi deve imparare a governare se stesso prima del suo regno, essendo un altro modello dell’eroe gallese “non rifinito”.
Culhwch (Culhwch ac Olwen) è un eroe selvatico, quasi “ferino”, imparentato con Artù. Nasce in circostanze magiche, ma è impulsivo, eccessivo e incontrollabile. Compie imprese impossibili, ma non ha alcuna cortesia o misura. È l’archetipo del giovane eroe bruto che deve essere civilizzato.
Nei racconti gallesi compaiono, inoltre, spesso figure come Gwalchmei (antenato di Gawain), Gwrhyr o Bedwyr (Bedivere), tutti caratterizzati da forza naturale, impulsività, rapporto diretto con il soprannaturale e scarsa adesione alle regole della corte. Si tratta di “eroi grezzi”, non ancora cortesi, forti ma ingenui, puri ma impreparati, selvatici ma destinati al sacro: sono eroi naturali che devono diventare eroi rituali.
Il Galles è la terra perfetta per questo tipo di eroe perché, nella mentalità medievale francese, rappresenta il confine, il selvatico, il pre-cortese, il mondo celtico arcaico e la vicinanza all’Altromondo. Perceval è l’ultimo discendente di questa genealogia di eroi imperfetti, che devono essere “rifiniti” dalla cavalleria e dalla prova del Graal.
Le loro figure si trovano sul Mabinogion, una raccolta di undici racconti medievali gallesi, conservati in due manoscritti principali: il Libro Bianco di Rhydderch (circa 1350) e il Libro Rosso di Hergest (circa 1382–1410). I testi sono però molto più antichi, risalenti a tradizioni orali celtiche del VI–X secolo.
Il nome “Mabinogion” deriva da mab, che vuol dire “giovane”, “figlio”, e indica racconti di formazione, avventura e iniziazione.
La raccolta comprende tre grandi gruppi di storie:
1. I Quattro Rami del Mabinogi, che sono i racconti più antichi e mitici, pieni di magia, metamorfosi, divinità mascherate: Pwyll, Principe di Dyfed; Branwen, Figlia di Llŷr; Manawydan, Figlio di Llŷr; Math, Figlio di Mathonwy. Questi testi costituiscono la pura mitologia gallese originaria.
2. I racconti arturiani gallesi, che sono versioni celtiche, più selvatiche e arcaiche, di storie che Chrétien de Troyes rielaborerà in Francia: Peredur fab Efrawg, ossia il Perceval gallese; Owain, o il Cavaliere del Leone, da cui Yvain; Geraint e Enid la fonte di Erec et Enide. Questi racconti mostrano l’archetipo dell’eroe gallese imperfetto, impulsivo, selvatico, potentissimo, ma non ancora “cortese”.
3. Racconti avventurosi e soprannaturali come il Culhwch e Olwen, una delle storie più folli e ricche di magia del Medioevo europeo, nella quale un giovane eroe selvatico, Culhwch appunto, chiede aiuto a re Artù e ai suoi cavalieri per compiere una serie di imprese impossibili imposte dal padre della donna che ama, la splendida Olwen, e grazie alla forza, all’astuzia e all’intervento del mondo magico riesce infine a conquistarla.
Il Mabinogion è la radice celtica del ciclo arturiano, prima di Camelot, della Tavola Rotonda e della cavalleria cortese, da cui Chrétien de Troyes attinge direttamente. Unisce divinità celtiche mascherate da eroi a magia naturale, metamorfosi, viaggi nell’Altromondo, genealogie eroiche e avventure cavalleresche. È un universo dove il mondo umano e quello fatato si toccano continuamente.
Perceval incarna perfettamente questo archetipo di eroe, in cui il Galles è la forza senza forma, la cavalleria è la forma senza forza, e lui deve unire le due cose.
Il Graal è mistero, silenzio, enigma, rivelazione mancata e conoscenza che non si può chiedere, mentre il Galles è silenzio, mistero, isolamento, mancanza di linguaggio e conoscenza che Perceval non ha. Il fallimento di Perceval al Castello del Graal nasce direttamente dal suo essere cresciuto nel Galles. Questo perché il Galles è il Graal prima del Graal: un mistero che Perceval non sa interpretare.
Il Galles è il luogo perfetto per far nascere un eroe che deve uscire dall’innocenza per entrare nel mistero.
Sua madre, rimasta vedova e avendo perso gli altri figli in guerra, decide di fuggire dalla società cavalleresca per salvare l’ultimo figlio rimasto e, per tale motivo, lo alleva come un bambino “selvatico”, lontano da armi, cavalli, castelli, cavalieri, e dal destino che ha distrutto la sua famiglia.
Perceval cresce senza educazione cavalleresca, senza contatto con il mondo civile, senza conoscere il proprio lignaggio e senza alcuna nozione di cortesia, religione o gerarchia sociale.
È forte, agile, curioso, ma completamente ingenuo, in quanto la madre gli insegna solo ciò che serve per sopravvivere nella natura: cacciare, riconoscere i sentieri, evitare i pericoli.
Vive in un mondo puro ma limitato, senza sapere nulla del proprio destino.
La natura è un luogo di formazione, dove il bosco è un maestro che insegna la forza, l’istinto, l’autonomia, ma non la cortesia, la misura, il linguaggio e i simboli, tutte cose che Perceval dovrà imparare, dolorosamente, da solo.
La madre è una figura tragica che ama il figlio, ma lo isola, rendendolo vulnerabile. Il suo dolore è il primo grande “peso” che Perceval porterà con sé.
È un inizio “mitico”, in cui il bambino selvatico deve diventare uomo, cavaliere, e infine iniziato al mistero del Graal.
Parte 2. L’incontro con i cavalieri
Perceval, cresciuto nel bosco senza alcuna conoscenza del mondo, sta vagando nella foresta quando ode il suono metallico delle armature, il passo dei cavalli e scorge il bagliore delle lance.
Spaventato e affascinato allo stesso tempo, si nasconde tra gli alberi e quando i cavalieri emergono dalla vegetazione, Perceval rimane abbagliato dalle armature lucenti, dagli scudi decorati, dai cavalli possenti gli sembrano creature sovrannaturali e, non avendo mai visto un cavaliere, li scambia per angeli. Si avvicina loro con la spontaneità di un bambino selvatico e chiede chi siano. Questi ridono, stupiti dalla sua ignoranza, e gli spiegano che non sono angeli, ma cavalieri di Re Artù.
In quel momento, Perceval sente nascere dentro di sé una vocazione irresistibile: vuole diventare come loro.
Torna, allora, dalla madre e le annuncia la sua decisione.
La madre, sconvolta, capisce che il destino che aveva cercato di evitare è arrivato comunque e cerca di rimediare all’errore fatto dando al figlio serie di consigli per sopravvivere nel mondo, che però lui non comprende.
La madre gli dice: “Onora le donne, sii cortese con loro.” e Perceval capisce: “Devo fare QUALSIASI cosa a QUALSIASI donna, sempre, subito.”. Il risultato è una serie di scene buffe, imbarazzanti e completamente fuori luogo.
Perceval vede una tenda nel bosco, pensa sia una chiesa, perché è bella e decorata, ed entra senza permesso, trovandovi una giovane donna che dorme. Ricorda il consiglio della madre: “Onora le donne.” e la sveglia bruscamente, la bacia senza chiedere nulla, le ruba l’anello, mangia tutto il cibo della tenda e prende il cavallo del cavaliere a cui lei appartiene. Perceval pensa di essere stato gentile ma, in realtà, ha appena rovinato la vita della ragazza, che verrà picchiata dal cavaliere al suo ritorno.
Quando arriva alla corte di Artù, Perceval si avvicina troppo alle donne, parla troppo forte con loro e le tocca donne senza capire il protocollo, facendo complimenti fuori luogo. In sintesi si comporta come un bambino che vuole “fare il bravo”, che crede di essere cortese, ma è solo invadente.
Applica il consiglio come una formula matematica, senza misura, contesto e discernimento. Prende alla lettera un precetto simbolico, non capisce il linguaggio sociale, confonde cortesia con possesso, ma agisce con innocenza totale: crea disastri convinto di fare il bene. Si tratta di un bambino selvatico che tenta di imitare la cavalleria senza averne gli strumenti.
Questo fraintendimento anticipa il suo errore fatale allorchè, davanti al Graal, non farà la domanda giusta perché ha preso alla lettera il consiglio di “non parlare troppo”.
La sua innocenza è la sua colpa.
La seconda parte è il momento in cui Perceval scopre la cavalleria e decide di seguirla: il suo “risveglio”.
Ma Perceval non capisce il mondo: vede angeli dove ci sono uomini, vede splendore dove c’è solo armatura e questo tema tornerà nell’incontro del Graal, dove non capirà ciò che vede perché non ne ha gli strumenti.
L’incontro con i cavalieri è una sorta di iniziazione visiva, nella quale Perceval vede ciò che potrebbe diventare, ma la madre sa che la cavalleria porta morte, per cui il suo dolore è il primo “peso” morale dell’eroe.
La scena contiene già il seme del fallimento, nel momento in cui la madre gli da i consigli e lui ne accetta il contenuto letterale, senza alcuna comprensione, perché in natura è sempre stato così.
Questa scena introduce il contrasto tra selvatico e cortese, mostrando la nascita della vocazione cavalleresca e preparando il lettore al tema del fraintendimento. Segna la separazione dal mondo materno e avvia il viaggio iniziatico che culminerà nel Graal.
Parte 3. Alla corte di Re Artù
Seguendo le indicazioni dei cavalieri incontrati nel bosco, raggiunge la corte di Artù, dove arriva in modo goffo, rumoroso e completamente fuori protocollo: entra nella sala senza essere annunciato, parla troppo forte, si avvicina troppo ai presenti, non capisce la gerarchia.
Quando Perceval arriva alla corte, trova un ambiente abbattuto, silenzioso e quasi paralizzato, perchè un cavaliere misterioso, vestito completamente di rosso, ha appena compiuto tre atti gravissimi:
1) Ha insultato Artù pubblicamente deridendolo e accusandolo di essere un re debole, sfidando la sua autorità davanti a tutti, in un attacco diretto alla sovranità.
2) Ha rubato il calice di Artù, simbolo di autorità, sacralità, ospitalità e potere regale, dimostrando che la corte non è più in grado di proteggere i suoi simboli.
3) Ha sfidato l’intera corte: “Chiunque sia degno, venga a riprendersi il calice.”. Ma nessuno si muove il Cavaliere Rosso è noto per essere fortissimo, aver già sconfitto altri cavalieri e i cavalieri sono spaventati o esitanti.
Questa crisi il declino della cavalleria, in una corte è splendida ma vuota e in un mondo che ha bisogno di essere “rigenerato”. Perceval si inserisce in questo vuoto, dove serve qualcuno che non conosca la paura: un ragazzo selvatico che non sa nulla di cavalleria, ma che non conosce nemmeno il concetto di “impossibile”.
Il Cavaliere Rosso e Perceval sono due figure speculari: entrambi arrivano da fuori, entrambi sfidano la corte, entrambi rompono l’ordine, ma, mentre il Cavaliere Rosso è arrogante e distruttivo, Perceval è puro, ingenuo e destinato al bene
Per Perceval uccidere il Cavaliere Rosso significa uccidere la sua ombra, prendere la sua armatura e trasformarsi in ciò che lui non è riuscito a essere.
Perceval, che non comprende la gravità della situazione, si avvicina ad Artù e gli chiede, con totale innocenza, di farlo cavaliere.
Artù è troppo sconvolto per rispondere, ma Perceval interpreta il silenzio come un sì.
Quando esce Perceval vede il Cavaliere Rosso e pensa: “È forte.”, “È bello.”, “Ha un’armatura splendida.”, “Ha appena sfidato un re.”, “Tutti hanno paura di lui.”
Per un ragazzo selvatico, che non conosce il codice morale della cavalleria, il Cavaliere Rosso appare come il più potente, il più coraggioso, il più libero e il più “cavaliere” di tutti
Perceval non capisce che il Cavaliere Rosso è un ribelle che ha insultato Artù, rubando un simbolo sacro e violando ogni regola cavalleresca, ma vede solo la superficie: colore, forza, splendore.
E quindi dice: “Voglio la sua armatura.”
Che significa: “Voglio essere come lui.”, “Voglio diventare cavaliere imitando ciò che vedo.” e “Voglio la forza, la bellezza, il potere.”
Questo è un gesto di imitazione visiva, non morale, in cui Perceval non comprende il silenzio, la vergogna, l’umiliazione, la gerarchia, la differenza tra bene e male e tra cavalleria e violenza
Eppure, proprio grazie a questa ignoranza affronta il Cavaliere Rosso, lo uccide, prende la sua armatura, restituisce il calice ad Artù e viene accolto come cavaliere
Perceval non capisce i codici sociali e interpreta tutto in modo diretto, infantile e immaturo. Non conosce il valore morale della cavalleria e imita ciò che vede: armatura, cavallo, colore, forza.
Artù tace per dolore ma Perceval riempie quel silenzio con la sua fantasia.
In tutto questo il Cavaliere Rosso è ciò che Perceval potrebbe diventare se restasse selvatico: forza senza misura e potere senza morale.
Ucciderlo significa uccidere la propria parte oscura.
Per cui, Perceval interpreta il silenzio di Artù come un sì perché non conosce il linguaggio sociale e scambia il Cavaliere Rosso per un modello da imitare perché vede solo la superficie della cavalleria, non il suo codice morale, in una scena che mostra la sua innocenza, la sua forza, la sua ignoranza e il suo destino.
Esce, lo affronta senza alcuna tecnica, usando solo la forza naturale e l’istinto, il Cavaliere Rosso lo deride, ma Perceval lo colpisce con un giavellotto da caccia e lo uccide. Poi, con enorme fatica e totale inesperienza, gli sfila l’armatura pezzo per pezzo e la indossa, senza capire come funziona.
Torna alla corte vestito dell’armatura del nemico, convinto di aver fatto la cosa giusta e Artù, stupito dalla sua audacia e dalla sua innocenza, lo accoglie e lo riconosce come cavaliere, affidandolo poi a Gornemant per l’addestramento.
Perceval entra nella corte come un animale curioso in un palazzo nel quale non capisce nulla, ma dove tutto lo affascina, in un contrasto tra natura (Perceval) e cultura (Artù). Non sa cosa sia un cavaliere e imita ciò che vede, in un apprendimento visivo e non morale. Uccide il Cavaliere Rosso senza tecnica, senza addestramento e senza comprendere il codice cavalleresco: si tratta della forza naturale che supera la forma.
Tutto questo si conclude nella nascita simbolica del cavaliere: indossare l’armatura del Cavaliere Rosso è un gesto rituale con il quale Perceval “rinasce” come cavaliere, prendendo il posto del nemico, ma assumendo un’identità che non comprende ancora. Si tratta di un battesimo di sangue.
Perceval sbaglia continuamente, ma ogni errore lo avvicina al suo destino.
Parte 4. L’addestramento da Gornemant
Dopo aver ucciso il Cavaliere Rosso e aver indossato la sua armatura in modo goffo e ridicolo, Perceval viene affidato da Artù a Gornemant de Goort, un cavaliere anziano, saggio e rispettato. Gornemant capisce subito che Perceval ha forza naturale, coraggio istintivo, un potenziale enorme, ma anche assenza totale di educazione e una pericolosa ingenuità.
Decide quindi di trasformarlo da “ragazzo selvatico” in un cavaliere vero.
Gli insegna le tecniche di combattimento, che Perceval apprende velocemente, perché ha un talento naturale, rimanendo però impulsivo.
Gli spiega le regole della cavalleria: non vantarti, non essere crudele, non essere ingordo, non parlare a sproposito, non entrare in casa altrui senza permesso, non toccare ciò che non ti appartiene
Perceval ascolta, ma capisce solo in parte interpretando le regole in modo letterale, infantile e meccanico, senza coglierne il senso morale o sociale.
Quando gli dice “Non vantarti”, Gornemant intende: “Non essere arrogante, non lodarti da solo.”, ma Perceval capisce “Meglio tacere.” e diventa taciturno in modo innaturale e non fa domande quando dovrebbe.
Dicendogli di “Non essere crudele” Gornemant intende il “Non usare la forza senza giusta causa.”, ma Perceval capisce: “Meglio non intervenire troppo.”, quindi esita in situazioni in cui dovrebbe agire, non distingue tra violenza ingiusta e violenza necessaria, divenendo “buono” in modo passivo e non attivo, non comprendendo che la cavalleria richiede discernimento, non astensione.
Quando gli dice “Non essere ingordo” Gornemant intende: “Non approfittarti dell’ospitalità, non essere vorace.”, ma Perceval capisce: “Non toccare mai nulla, non chiedere nulla.” e passa dall’essere un ragazzo che mangia tutto ciò che trova all’essere a un cavaliere che rifiuta cibo e doni per paura di sbagliare, perdendo spontaneità senza acquisire misura. Si tratta di un cambiamento “di superficie”, non interiore.
Dicendogli di “Non parlare a sproposito” Gornemant intende: “Pensa prima di parlare.”, mentre Perceval capisce: “Il silenzio è sempre meglio.”, col risultato di non chiedere spiegazioni, non fare domande e non intervienire quando dovrebbe. Questo fraintendimento è la radice del suo fallimento.
Gornemant gli dice di “Non entrare in casa altrui senza permesso” intendendo “Rispetta lo spazio altrui.”, ma Perceval capisce: “Non entrare mai da nessuna parte finché non ti invitano.”, col risultato di diventare rigido, quasi impacciato, non sapendo come comportarsi quando l’ospitalità è implicita e perdendo la spontaneità che aveva nel bosco.
Quando, infine, gli dice “Non toccare ciò che non ti appartiene” Gornemant intende: “Non rubare, non essere invadente.”, ma Perceval capisce: “Non toccare nulla, mai.” ed evita gesti che sarebbero normali nella cavalleria, come prendere un dono o accettare un oggetto rituale, diventando eccessivamente prudente.
Capisce solo in parte perché è selvatico, non ha categorie sociali, interpreta tutto alla lettera, non conosce la misura e l’equilibrio, impara la forma e non la sostanza, imitando i comportamenti, ma senza comprenderne il significato.
In sintesi interpreta i consigli come regole assolute e non come principi morali, applica tutto in modo meccanico e non intelligente, senza cogliere la sfumatura, la misura e il contesto, restando diviso tra la sua natura selvaggia e la forma cortese che gli viene imposta.
Perceval passa dal bosco alla corte, dall’istinto alla regola, dalla forza naturale alla tecnica, ma la sua natura non scompare: resta sotto la superficie.
Gornemant è il primo vero mentore di Perceval e, laddove la madre rappresentava il mondo naturale e protettivo, Gornemant rappresenta il mondo sociale e normativo.
In questo momento Perceval diventa cavaliere, ma non ancora uomo.
A. R.