Durante i suoi oltre tremila anni di storia l’antico Egitto non fu soltanto una civiltà agricola affacciata sul Nilo, ma anche una potenza commerciale, capace di intrecciare rapporti con popoli lontani, spingendosi oltre i confini del deserto e del mare.
Le sue navi e le sue carovane raggiungevano il Libano per procurarsi il legno di cedro, Cipro per il rame, la Nubia per l’oro.Tra tutti i partner commerciali, però, uno spiccava per fascino e mistero: la Terra di Punt, una regione reale ma avvolta da un’aura mitica, che gli Egizi la chiamavano Ta netjer, “la Terra del Dio”, un nome che rivela quanto fosse considerata speciale.
Nonostante la sua importanza, però, la sua posizione esatta rimane ancora oggi un enigma.
Era già nota ai tempi della regina-faraone Hatshepsut, nel XV secolo a.C. e continuò a essere visitata sotto il regno di Seti I e le fonti egizie la collocavano genericamente a sud e a est dell’Egitto, raggiungibile sia via terra che via mare.
La descrizione troppo vaga costrinse gli studiosi a considerare come luogo di ricerca, un’area molto ampia che andava dal nord-est della Somalia al Sudan meridionale e dalla parte settentrionale dell’Etiopia fino alla costa eritrea del Mar Rosso.
Le spedizioni raccontate nella pietra
Le testimonianze più vivide delle spedizioni egizie verso Punt si trovano nei rilievi dei templi di Deir el-Bahari, dove Hatshepsut fece scolpire un intero ciclo narrativo dedicato al suo viaggio e di Amon a Tebe, risalente a Seti I, dove compare un riferimento a Punt e ai suoi tesori.
Da queste spedizioni arrivavano in Egitto beni preziosi come oro, incenso, mirra, zanne di elefante, lapislazzuli, ebano, pavoni, scimmie.
Tra tutti gli animali importati, uno in particolare assume un’importanza fodamentale per l’identificazione dei luoghi nei quali collocare la mitica terra: il babbuino.
I babbuini, soprattutto quelli della specie Papio hamadryas, erano considerati sacri dagli egizi e associati al dio Thot, compaiono spesso in atteggiamento adorante verso il sole nascente.
I babbuini non erano, però, originari dell’Egitto e vi dovevano essere importati.
Proprio partendo da questo punto Nathaniel Dominy, primatologo e antropologo del Dartmouth College, ha ipotizzato che i babbuini mummificati potessero aiutare a localizzare la Terra di Punt se si fosse riusciti a determinare la loro terra natale.
Dominy e i suoi colleghi, tra cui l’egittologa Salima Ikram, hanno analizzato gli isotopi di stronzio e ossigeno presenti nelle mummie di babbuino conservate al British Museum e al Petrie Museum.
Gli isotopi hanno valore di firme geochimiche: essi, infatti, variano da luogo a luogo e vengono assorbiti dagli animali attraverso cibo e acqua, tanto che lo smalto dei denti ne conserva la composizione nei primi anni di vita, mentre ossa e peli la registrano negli ultimi mesi.
Una mappa molecolare del passato
Gli studiosi hanno prima creato una mappa isotopica attuale, attraverso l’analisi di 155 babbuini provenienti da 77 località diverse, procedendo poi al confronto di questi dati con quelli delle mummie di babbuino egizie.
Le mummie più recenti, del periodo tolemaico, hanno dato risultati identici per i primi anni di vita e per gli ultimi, non sembrando provenire dall’estero, a conferma di alcune fonti storiche che parlano di allevamenti di babbuini nella città di Menfi.
Le mummie più antiche, invece, hanno raccontato un’altra storia: secondo gli isotopi, questi animali erano nati fuori dall’Egitto, in una regione che corrisponde all’odierna Eritrea, Etiopia o Somalia, una delle aree candidate ad essere identificate come la Terra di Punt.
Questi risultati, comunque, non solo confermano che gli Egizi importavano babbuini da lontano, ma suggeriscono anche che fossero in grado di attraversare il Mar Rosso con spedizioni marittime ben organizzate, un’impresa che richiedeva conoscenze nautiche avanzate, logistica complessa e una rete diplomatica stabile.
Lo studio, che è stato pubblicato su eLife, non risolve definitivamente il mistero di Punt, ma restringe il campo di ricerca aprendo a nuove prospettive: la Terra di Punt potrebbe trovarsi proprio in quella fascia costiera del Corno d’Africa che gli Egizi raggiungevano via mare.
Curiosamente, la Terra di Punt è un luogo che compare solo nelle fonti egizie, in quanto nessun altro popolo del mondo antico utilizza questo nome.
Altri popoli descrivono, però, regioni che sembrano corrispondere proprio a quelle che gli Egizi chiamavano Punt.Le tradizioni orali del Corno d’Africa, nelle zone delle odierne Eritrea, Somalia ed Etiopia, riportano storie di antichi porti e regni costieri dediti al commercio di mirra, incenso, ebano e oro. Sono questi i medesimi prodotti che gli Egizi importavano da Punt, nelle stesse aree geografiche che oggi gli studiosi considerano le più probabili per localizzarne la collocazione.
Anche le fonti sudarabiche, provenienti dallo Yemen e dall’Oman, raccontano di rotte commerciali che collegavano la penisola arabica alle coste africane e pur non parlando di Punt, descrivono una “terra degli aromi” che riforniva i propri mercati di resine pregiate, proprio come la misteriosa regione egizia.
Gli autori greci e romani, infine, descrivono porti e popolazioni del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano che sembrano gli eredi diretti dei centri commerciali frequentati dagli Egizi.
Parlano di luoghi come Opone, Malao e Adulis, descrivendo prodotti e paesaggi che ricordano da vicino quelli dei rilievi di Deir el-Bahari.
Punt esiste solo nel linguaggio egizio, ma la sua realtà storica affiora nelle memorie e nei commerci di molti altri popoli, come se si trattasse du un mosaico di regioni e culture viste attraverso lo sguardo degli Egizi e poi riconoscibili nelle testimonianze delle altre popolazioni che abitavano o navigavano il Corno d’Africa.
Puntland: l’eredità moderna della Terra di Punt
Nel cuore del Corno d’Africa, affacciata sul Golfo di Aden, esiste oggi una regione autonoma che porta un nome evocativo: Puntland.
Fondata nel 1998, durante la guerra civile somala, questa regione del nord-est della Somalia ha scelto di chiamarsi così proprio in riferimento alla leggendaria Terra di Punt descritta dagli antichi Egizi.
La scelta non è casuale, in quanto gli Egizi parlavano di Punt come di una terra ricca di oro, mirra, incenso, ebano e animali esotici, situata a sud-est del loro regno e raggiungibile via mare e, come visto, le descrizioni geografiche e commerciali coincidono sorprendentemente con le caratteristiche della costa somala e, in particolare, con l’area che oggi costituisce Puntland.
Pur non rivendicando l’indipendenza totale, il Puntland si è dotato di un governo autonomo, con capitale a Garowe, costruendo una propria identità culturale e politica, attraverso una dichiarazione di continuità storica volta ad affermare che questa terra è la discendente diretta di una regione che, tremila anni fa, incantava i faraoni egizi.
Sebbene nessuna tradizione orale somala utilizzi il nome “Punt” così come lo conosciamo dalle fonti egizie, nell’area di Garowe, capitale dell’odierno Puntland, sopravvive un insieme di memorie culturali, racconti e identità locali che sembrano rievocare l’antica regione descritta dai faraoni.
Si tratta di una continuità non documentaria, ma culturale: un filo sottile che collega il presente al passato più remoto del Corno d’Africa.
Le comunità somale del nord-est hanno sempre custodito una forte tradizione legata al commercio marittimo e i racconti degli anziani parlano di antenati che navigavano lungo le coste del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano, commerciando resine aromatiche, legni pregiati e animali con popoli lontani.
Si tratta degli stessi prodotti che gli Egizi attribuivano alla Terra di Punt, trasportati lungo le stesse rotte delle spedizioni faraoniche per quella terra “prospera e sacra”.
Anche la cultura materiale del Puntland conserva, però, tracce di questa antica vocazione. Gli alberi di mirra e incenso, che crescono spontaneamente nelle regioni interne, sono ancora oggi considerati parte integrante dell’identità locale e le comunità che li raccolgono, tramandano storie e pratiche che risalgono a secoli fa, legate alla protezione degli alberi, alla loro sacralità e al valore economico delle resine.
Non mancano, inoltre, racconti popolari sugli animali del territorio, tra cui i babbuini, protagonisti di piccole storie e proverbi locali e che, pur non avendo un ruolo religioso paragonabile a quello che avevano nell’antico Egitto, occupano un posto riconoscibile nell’immaginario somalo, contribuendo a creare un ponte simbolico con il passato.
Quando nel 1998 la regione si è dichiarata autonoma, scegliendo il nome Puntland, non si è trattato di un gesto casuale, ma di una scelta identitaria volta a rivendicare la continuità storica con una terra che, secondo molti studiosi, potrebbe davvero essere stata situata lungo queste coste.
La culla dell’umanità
Quando si osserva una mappa dell’Africa orientale, colpisce una coincidenza straordinaria: le regioni che si ritiene gli Egizi identificassero come la Terra di Punt, si trovano proprio a ridosso della Great Rift Valley, la grande frattura geologica che attraversa il continente da nord a sud, lungo la quale si sono sviluppati alcuni dei capitoli più antichi della storia umana.
La Rift Valley è considerata una delle culle dell’umanità, dove sono stati ritrovati i fossili di Australopithecus afarensis, tra cui la celebre Lucy, e di altri ominidi ancora più antichi, come Ardipithecus ramidus.
In questi paesaggi, tra savane, altipiani e foreste di acacie, i nostri antenati impararono a camminare eretti, a usare strumenti rudimentali e ad esplorare nuovi ambienti.
Da qui partirono le prime migrazioni che, nel corso di milioni di anni, portarono gli esseri umani a popolare l’intero pianeta.
È affascinante pensare che le terre che videro muovere i primi passi dell’umanità siano le stesse che, molto più tardi, gli Egizi considerarono luoghi sacri, ricchi di doni divini.
Il Corno d’Africa appariva agli Egizi come un mondo primordiale, dove crescevano piante aromatiche uniche, vivevano animali rari e sacri e il paesaggio era più selvaggio, antico e “originario” rispetto alla valle del Nilo.
Punt era percepita come un altrove ancestrale, un luogo da cui provenivano sostanze indispensabili per il culto e per la vita stessa: non semplici merci, ma essenze sacre legate alla rigenerazione, alla purificazione e alla comunicazione con il divino.
In questo senso, la sacralità di Punt potrebbe riflettere la profondità evolutiva di quelle terre: la Rift Valley, con la sua storia geologica e biologica, è un luogo di origini e Punt stessa, nella visione egizia, era un luogo di origini, identificata come la “Terra del Dio”, la fonte di ciò che nutre gli dèi e rigenera il mondo.
A. R.