Le marmotte di Bellino

Le marmotte di Bellino

In una notte del 1576, in Val Varaita, un bagliore squarciò l’oscurità e un boato rimbalzò lungo le pareti dei monti. Al mattino gli abitanti, usciti per vedere alla luce cosa fosse accaduto quella notte, trovarono nei prati attorno a Bellino solchi anneriti, tane scoperchiate e una polvere sottile che si attaccava ai vestiti come se la montagna avesse espulso qualcosa di estraneo.
Le voci parlarono di frammenti scintillanti tra le pietre e di un odore persistente, ma ciò che più colpì la memoria collettiva fu il mutamento degli animali che la valle conosceva da sempre: le marmotte non erano più le stesse.
Le testimonianze descrivevano esemplari che si avvicinavano ai villaggi con una curiosità insolita, famiglie che si disgregavano, cuccioli ignorati dagli adulti e scavi frenetici senza scopo apparente. Le vocalizzazioni cambiarono, con richiami più lunghi, che facevano apparire gli animali come impegnati in conversazioni fra loro. I pastori cominciarono ad evitare certe zone e i percorsi verso i pascoli vennero modificati.
Nelle case si parlava di ciò che era accaduto e, anche se non si diffuse il panico, fra gli abitanti della zona crebbe una prudenza antica, fatta di rispetto per ciò che la montagna poteva restituire o nascondere.
Con il passare degli anni, come spesso accade nelle vicende popolari, la narrazione si stratificò e ogni narratore aggiunse un particolare trasmettendo una versione leggermente diversa dagli altri: chi parlava di luci sulle creste, chi di sogni collettivi, chi di canti che sembravano appartenere a un linguaggio antico.
Ben presto i racconti più fantasiosi si mescolarono ai resoconti più sobri, prendendo il sopravvento, e i dettagli si sedimentarono in proverbi, in nomi di luoghi e in canzoni che nella valle si intonavano ancora nei secoli successivi.
Il racconto divenne patrimonio culturale della comunità e le marmotte di Bellino divennero simbolo di un confine fragile tra osservazione naturale e mistero.

 

 

Pierre Houdih e il manoscritto

A questo contribuì anche il fatto che, qualche anno dopo la caduta, la storia trasse nuova linfa grazie al naturalista Pierre Houdih. Lo studioso francese giunse nella valle armato di taccuini e strumenti di osservazione e misurazione vari; parlò con pastori e massaie; prese appunti, tracciò schizzi delle tane e annotò vocalizzazioni e misure. Tornato in Francia pubblicò un breve trattato naturalistico, “Les marmottes, une énigme”, descritto nei resoconti come un testo di campo che raccoglie osservazioni, confronti e ipotesi, lasciando aperte le domande più difficili.
Chi lo aveva letto ne parlava come di un manoscritto sobrio nelle parti descrittive e prudente nelle conclusioni, con annotazioni su frammenti raccolti, schizzi delle tane, elenchi di comportamenti osservati e una serie di ipotesi che andavano dall’intossicazione da polveri insolite a spiegazioni atmosferiche.
Il manoscritto, però, sarebbe circolato in poche copie, andando disperso o perduto in incendi o traslochi nel corso degli anni successivi.

La leggenda che viaggia

Grazie a quest’opera i fatti di Bellino oltrepassarono i confini del Piemonte e riscossero un’aura di scientificità e rispetto che ne accompagna il racconto ancora oggi. La vicenda non rimase confinata alla valle ma viaggiatori, pastori in transito e curiosi portarono il racconto oltre le creste dei monti circostanti, in luoghi come osterie o stazioni di posta, dove la storia si arricchì di dettagli. In alcuni taccuini di passaggio esaminati successivamente si trovarono annotazioni che riprendevano i motivi principali, mentre in altri la vicenda viene liquidata come superstizione.
La commistione di osservazione e invenzione permise alla storia di sopravvivere: dove i documenti mancavano, la memoria colmò il vuoto con immagini e suoni che resero il racconto vivido e attuale. In questo contesto il nome di Houdih ha funzionato da sigillo narrativo: attribuire a uno studioso la descrizione dei fatti conferiva autorevolezza alla storia, pur in assenza di prove materiali.
La leggenda ha continuato a vivere sino ad oggi, oscillando tra cronaca possibile e mito locale, offrendo a ogni nuova generazione un motivo per indagare sui luoghi e sui fatti.

Verifica storica

A fronte della ricchezza narrativa, però, la verifica documentale non ha restituito tracce né del trattato e nemmeno di uno studioso di nome Houdih operante nel periodo indicato. Non sono, neppure, emerse edizioni, manoscritti consultabili o citazioni in repertori storici, che possano confermare l’esistenza di “Les marmottes, une énigme”.
Da possibile cronaca di un evento misterioso, scientificamente documentato, la vicenda si trasforma, quindi, in una leggenda locale radicata, costruita e trasmessa nel tempo. L’assenza di prove archivistiche trasforma la storia in un caso esemplare di come il confine tra cronaca e mito si costruisca nella pratica sociale: laddove manchino documenti, la memoria collettiva prende il sopravvento e modella i fatti secondo i propri bisogni narrativi, simbolici e pratici.
Il nome di Houdih, in questo quadro, funziona come una «firma» narrativa, dando ordine e autorità al racconto, pur non corrispondendo ad una persona storicamente verificabile.

Conclusione

Le marmotte di Bellino rimangono un racconto potente, che parla della fragilità degli equilibri montani, della capacità delle comunità di trasformare l’ignoto in narrazione e della tensione tra desiderio di spiegazione e limiti delle fonti.
Il presunto trattato “Les marmottes, une énigme” e il nome di Pierre Houdih appartengono a quella zona d’ombra dove la cronaca si fonde con il mito, in quanto non esistono, allo stato delle ricerche pubbliche, prove documentali che confermino l’esistenza dell’autore o del manoscritto.
La storia, così com’è arrivata fino a noi, è un patrimonio immateriale che merita di essere raccolto, studiato e raccontato per ciò che rivela sulle comunità che l’hanno prodotta e sulle modalità di creazione di tradizioni e miti nelle comunità rurali locali.

A. R.

Delta on-line

Delta on-line, erede della storica pubblicazione, ha lo scopo di comunicare più agevolmente e ad un maggior numero di lettori articoli di cultura massonica.

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